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La Regata dei Tre Golfi, una delle più antiche del Mediterraneo

Una volta all’anno a mezzanotte il mare di Napoli viene illuminato dalle fotoelettriche, quello a sinistra di Castel dell’Ovo. In acqua si vedono tante barche a vela. Tutte nello stesso posto, prima in disordine, ognuna arriva e si aggiunge al gruppo, poi piano piano che scorre il tempo una specie di ordine si forma, si avvicinano tra loro e cominciano a formare delle linee, si mettono quasi in fila l’una dietro l’altra. A mezzanotte meno tre secondi formano quasi su una linea sola: è quella di partenza di una delle regate più antiche del Mediterraneo (si corre dal 1953, la Giraglia, la più antica, solo da due anni prima), si chiama Regata dei Tre Golfi va da qui a Ponza, poi si girano Li Galli e finisce a Capri. L’abbiamo vista molte volte questa partenza dalla costa, quest’anno invece ci siamo imbarcati. Napoli dal mare.

La festa comincia a terra. Le barche stanno tutte ormeggiate nel porticciolo di Santa Lucia, riempiono un po’ tutti gli ormeggi dei circoli nautici qui. L’organizzatore ufficiale è il Circolo del Remo e della Vela Italia (con la collaborazione dello Yacht Club Capri e del Circolo Canottieri Aniene) ma tutti gli altri offrono i loro posti per ospitare i velisti che vengono da fuori. Non è una regata di soli napoletani, vengono da tutt’Italia e oltre, c’è una barca che si chiama Gaetana 2 e sotto il nome c’è scritto London.

Ha fatto già alcuni giri del mondo, ci avviciniamo per guardarla. Ha linee enormi, tonde, galleggia leggera sull’acqua però. Un po’ si vede che ha navigato tanto, sembra levigata, non tanto la vernice, quanto la sua anima di nave. Da vicino si sente parlare l’equipaggio, qualcuno in inglese, altri in italiano.

Prima della partenza qui è tradizione cenare tutti insieme sulle terrazze del Circolo. Ma anche in questo caso i circoli si danno una mano e la terrazza del Circolo Italia stasera non ha confini, arriva fino al circolo a fianco, diventa un locale unico, uno neanche si accorge quando passa da uno all’altro. La commistione riguarda pure altro: si vede gente in cerata, pronta a navigare e le donne in vestito da sera col tacco alto. C’è una barca enorme a due alberi che adesso fa da punto di ristoro a terra e servirà poi anche per vedere la partenza dal mare. Un’altra barca, piccolissima, la più piccola a vela del mondo, anche offre il proprio contributo: dentro c’hanno messo le stecche di ghiaccio e le bottiglie da tenere in fresco, è un optimist, si chiama Falco.

I circoli sono spalancati, completamente aperti a chi partecipa alla regata di stanotte. Ci sono bellissimi saloni, i camerieri con le giacche bianche e i guanti un poco larghi, efficientissimi, vanno in giro per i mille tavoli sparpagliati ovunque a rimettere le cose in ordine. I tavoli del buffet stanno pure ovunque, lunghi quanto l’elenco delle pietanze esposte. Vetrine, luci, marmi, coppe di regate vinte, pure il parquet scuro di legno; nel bagno del circolo c’è pure il bidet, mai visto in un bagno pubblico, secondo noi ce l’hanno messo apposta per ricordare che in questa città è stato per prima davvero utilizzato.

Alcune barche stanno ormeggiate proprio qui davanti, dai tavoli più vicini al mare si possono proprio toccare.

Sono le 11 e bisogna cominciare a uscire: tutto l’equipaggio di Tattoo, di Gino Paoletti, la barca dove siamo anche noi, sta davanti al bar del circolo Savoia per pigliarsi il caffè prima di prendere il mare.

Andiamo. Saliamo a bordo. É tutto calmo, solo i barchini per trasportare gli equipaggi sulle imbarcazioni fanno la spola veloci tra un pontile e l’altro e guidano le barche nelle manovre in porto. Uscire tutti quasi in una volta dallo stesso porto è già un’impresa, occorre attenzione. Oltre il fanale di Santa Lucia il mare è calmo. Il faro da terra illumina di bianco gli alberi e gli scafi. La linea di partenza è parallela alla costa, si vede bene da terra. Cerchiamo di capire dov’è meglio partire, mancano dieci minuti, poi 5, attenti, attenti…via.

Tutto è più teso adesso, è un filo che si è teso sempre di più da quando siamo saliti a bordo fino a questo momento dove tutto è a tempo, il percorso è fissato, ci si sfida a vicenda, chiedendo permesso al mare e al vento.

Eolo ci ha dato aria per partire, ci accompagna da dietro, piano. Qui c’è la prima scelta da fare: andare verso il largo o rimanere più vicino costa. Quel poco vento secondo noi rimarrà a terra, e allora le navighiamo accanto. Altri sono andati a largo, vediamo le loro luci di navigazione, ma non sembrano molto veloci. Mergellina, poi Posillipo, la via omonima è una diagonale di luci gialle. Poi Nisida ed il vento è quasi fermo. Gli strumenti ci dicono che facciamo un nodo, a volte meno. Un nodo è la misura antica di velocità delle barche: si scioglieva una cima da poppa filandola in acqua, sulla cima c’erano tanti nodi, dopo un certo tempo si fermava, si ritirava a bordo e si contavano i nodi, quelli che si erano bagnati dicevano la velocità dell’imbarcazione. Oggi la calcoliamo elettronicamente ma un nodo è sempre pari a poco meno di due chilometri all’ora.

E infatti Nisida, il profilo nero, nel cielo sta lì da ore, la so quasi a memoria, datemi un foglio e ve la disegno. Eppure è un esercizio, questo, per chi naviga di sentire il più piccolo vento: la barca lo sente, e le vele, e si muove comunque.

A bordo abbiamo i turni. Siamo in sei: la regata è lunga 155 miglia nautiche, poco meno di 300 km, si naviga senza soste di notte di giorno e bisogna darsi regole per riposare e per chi sta sveglio. Alle 5.30 vado a dormire, il vento è leggerissimo, Capo Miseno è poco davanti. Tre ore dopo, quando torno in coperta, siamo poco oltre, nel canale tra Procida e terra, ed il vento adesso cala completamente. Il vento si vede sull’acqua: dà delle increspature, dove l’acqua è liscia non c’è movimento, dove è increspata, anche appena appena, l’aria la tocca e lei rabbrividisce. Il vento sta davanti a noi, anche dietro, dove si trova Tattoo c’è calma assoluta. Pazienza, si aspetta, guardiamo dove converrebbe andare, ma non possiamo farlo. Barche velocissime ci superano molto lentamente. Junoplano, un prototipo leggero, stretto e lungo, forme giuste per bave di vento, ci supera da poppa, lei riesce a camminare.

C’è il tempo di scattare foto: l’acqua, liscia di un bellissimo colore, l’isolotto di san Martino (ci viene idea di andarlo a visitare).

Verso le 11 l’acqua si increspa, si sente fresco in faccia, il vento sale, issiamo il gennaker, la vela grande per il vento quando viene da dietro. Verso le 15 abbiamo passato Ischia, la direzione è per Ponza, c’è poco vento. Poi piano piano rinforza. Da adesso ci teniamo fuori, non andiamo più vicino costa, secondo noi l’aria adesso preferisce il mare, non sta più vicino terra.

E credo che l’idea era giusta, quando abbiamo passato Ventotene e già si intravede Ponza rivediamo non lontane le barche che ci erano scappate quando eravamo rimasti nel buco di vento di Procida. La costa di Ponza è uno spettacolo di luce calda, navighiamo bene lungo questa costa coperta di verde, fatta di roccia bianca e rossa. Poi si rompe una drizza: la cima che teneva su il gennaker si è tagliata di netto. La vela cade in acqua lentamente, dandoci il tempo di recuperarla prima che vada a fondo, senza rallentarci molto. Alcune ore fa era saltato un pezzo, per il vento forte. La cima ci passava dentro. Senza quel rinvio il percorso della cima è più netto, ci aspettavamo che la drizza ne potesse soffrire, e così è stato. Riprendiamo a navigare, con le vele bianche. Siamo vicini al faro: ha un’aria diversa dagli altri, faro non di porto, ma di lontano da costa.

Le previsioni davano incremento di vento da ovest nel pomeriggio sera, bisognava essere qui prima che arrivasse per non averlo di fronte, e poter scendere di nuovo accompagnati bene. Per ora non è arrivato ancora. La luna fa capolino e siamo di nuovo fermi. Poi il vento sale, eccolo, la previsione era giusta. Si naviga. Poi sale. E sale ancora. Quando torno in coperta dopo il turno di riposo il mio compagno al timone sta lavorando duro. C’è vento e onda, occorre correggere la rotta con molta attenzione. La luna aiuta illuminando tutto. Siamo andati molto a largo, decidiamo di fare un bordo a terra. La barca dietro di noi, dopo un po’ fa lo stesso. Rotta verso Ischia. Dopo un poco si vede una luce, Punta Imperatore, è il faro vicino la punta di Forio d’Ischia. Timoniamo su quella. E ci appare chiarissimo il significato di Faro.

Il vento tiene, intenso, intorno ai 20 nodi (che sono 40 km all’ora), piano piano alza l’onda. Toccando l’acqua a mano a mano, spingendola, forma le onde: sono diverse ore che spinge e il cielo adesso è scuro, la luna è dietro le nuvole, è buio, il mare è alto, timoniamo attenti. Le onde vengono da poppa, da dietro e spingono. La barca ci sale sopra e surfa in avanti. Qualcuna invece ha scelto una direzione diversa e viene un poco di lato: inclina la barca e tende a girarla di direzione, il timone corregge puntando il lato opposto, poi l’onda ci supera, alta, un poco sopra la prua, e corre.

La notte passa. Inizia a fare giorno e la costa dell’isola che ora è di lato, calma un poco le onde. Ci ricorda che tutto cambia, sempre, per tutti, di minuto in minuto. Sono stanco, vado a dormire, lascio il mio posto a un compagno. Quando mi sveglio siamo già oltre Capri, nel terzo golfo della regata, quello di Salerno. C’è il sole, il vento teso, i colori di blu vivo, luminoso, del Mediterraneo nei giorni tersi, ventosi, con le schiume bianche. La divina costiera, dal lato di Amalfi, poco davanti ci sono Li Galli. Le sirene non potevano che abitare qui, si sente si vede, ci abitano ancora. Veniteci, lo sentirete.

Passiamo vicino vicino a questi scogli. La torre antica, i terrazzamenti, l’orto, l’ingresso del piccolissimo porto, i panni stesi, il gommone in secco, la casa bianca coi merli. Il vento porta fino a noi il profumo dei pini.

Ora la rotta è di nuovo verso nord, direzione Capri. Il vento rinforza, riduciamo le vele. Si naviga bene, di giorno, col sole. Poi i faraglioni di Capri, e il faro oltre. Doppiamo la punta e si inizia a vedere il porto. La linea d’arrivo è lì, ora si vede la boa. Un ultimo duello con la barca a fianco che ha i segni della notte in un taglio nella vela di prua.

Onde leggere e piccole raffiche di vento ci spingono come una carezza verso la linea del traguardo. Siamo partiti venerdì a mezzanotte, adesso è domenica, tagliamo il traguardo alle ore 14, 3 minuti e 53 secondi.

Stamattina mi sveglio: mi stupisce il verso degli uccelli, ieri c’era il fruscio dell’acqua lungo la carena; allo specchio vedo una faccia con la pelle più scura, le mani sono un poco ingrossate, iniziano a somigliare a quelle dei pescatori.

Via IdentitàInsorgenti